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asino mancino

L’asino mancino

25 giugno 2025

Paolo Vittoria, L’asino mancino, Archeologia di un’educazione ed. Bibliotheka, Roma 2024, 92 pp., € 16.

Paolo Vittoria ci consegna con questo bel libro, breve e intenso, a tratti ironico, uno spaccato della scuola italiana, dei suoi modelli e delle sue problematiche, utilizzando la metafora dell’asino, lo scolaro dell’ultimo banco, per di più mancino e quindi sottoposto alla costrizione di scrivere con la mano destra. Riprendendo alcune suggestioni di Rubem Alves, l’autore ci conduce lungo i percorsi di normalizzazione che costringono il bambino a tener conto di un orizzonte che assegna al possesso culturale, al merito, alla competenza, intesa come grimaldello per essere primi, un ruolo ben più significativo del desiderio di realizzare il suo essere liberamente e gioiosamente. Un modello neoliberista pervasivo, che occupa ormai tutti gli spazi di politica scolastica e trasforma la comunità in un mercato e la cultura, che vi si produce, in merce di scambio. Per questo motivo scrivere con la sinistra diventa, uno dei modi per aprire la conoscenza alla soggettività, alla emersione dei veri bisogni educativi e coniugarli con la razionalità. Una forma di resistenza ad una deriva competitiva che pone alle generazioni studentesche come unica scelta quella di essere ricchi e potenti, gli avari di don Milani, piuttosto che cooperativi e solidali con gli ultimi.
L’autore, professore di Pedagogia all’Università Federico II di Napoli, con una lunga esperienza d’insegnamento presso le università brasiliane ed esperto del pensiero di Freire, analizza, senza polemica, ma con uno sguardo acuto e alternativo, il modello aziendalista della scuola, spiegando come si è passati, lungo i decenni, da un’idea di educazione permanente (lifelong education) ad una di apprendimento permanente (lifelong learning) spostando così il focus da un sapere condiviso ad un sapere solitario e, in ultima analisi, consumistico. Lo fa tenendo presente il principio dialogico come punto di riferimento che illumina il dibattito fra due opposte concezioni del fare scuola, argomentando, con pacatezza e puntualità, sulle dinamiche che hanno condotto al panorama attuale. “Se il vento che spinge è quello della religione del neoliberismo, del successo, dell’eccellenza del merito, dell’ideologia delle competenze, dovremmo andare nella direzione della persona, del dialogo, della comunità, dell’immaginazione, di un’educazione che non è somma o accumulo di cfu, ma ricerca del e nell’essere e una ricerca che è continuamente aperta perché l’essere è incompleto” (p. 19).
Sposare un modello di politica solidale vuol dire entrare in contatto con gli altri, in particolare con chi non possiede gli strumenti critici per affrontare le condizioni di svantaggio da cui parte; abbandonare la solitudine dell’accumulo e aprirsi ad una coscienza di relazione; il vero apprendimento, infatti, è teso a “creare condizioni strutturali che rendano possibile una società più giusta, equa, autenticamente democratica” (p. 29). Il processo in grado di assicurare alle ragazze e ai ragazzi coscienza di sé e dei propri sogni e di tradurre questa evoluzione in conoscenza è caratterizzato da un divenire che si sviluppa nell’interrelazione, nello scambio reciproco, nella condivisione dei vissuti e dello studio, nell’assumere gradualmente il ruolo di attori sociali. Vittoria riporta esempi concreti di questo processo come quello dei Maestri di Strada di Napoli o della Casa dello Scugnizzo di don Mario Borrelli, della Nave Asilo Caracciolo di Giulia Civita Franceschi, della Mensa dei Bambini Proletari, fino al Progetto Chance, antesignano dei Maestri di Strada.
La scrittura si dipana su un doppio binario, da un lato momenti della biografia dell’autore che risale, attraverso la memoria, alle origini della sua vocazione educativa e per questo il testo fa riferimento ad un’archeologia, e, dall’altro, l’analisi e le proposte relative alle problematiche di una scuola marginalizzante e poco attenta all’asservimento in cui, ad ogni latitudine, sono costretti le bambine e i bambini. La prima si fa spunto per le seconde in un circolo di vita e di saggezza che caratterizza il grande fascino del libro. L’esperienza brasiliana, le famiglie di Recife, l’avvicinamento appassionato alla pedagogia degli oppressi, l’aiuto cordiale di Dona Maria, alunna e insegnante nello stesso tempo, il ruolo fondamentale dei docenti nel sollecitare una relazione reciproca e generativa sono momenti indimenticabili e, a volte, commoventi, disseminati nel testo.
Il libro si chiude sottolineando come il sentimento, l’immaginazione, la cura degli stati d’animo dei piccoli non possono essere lasciati ad uno spontaneismo, che disarticolerebbe il compito autentico dell’apprendimento, ma devono essere supportati dal rigore metodologico e dallo studio continuo, che solo può rendere sistematico e lievitante l’impegno educativo. Un asino che diventa professore e, ancora più meraviglioso, un professore che impara a divenire asino. Il dono prezioso alla scuola e alle ragazze e ai ragazzi che la abitano.

Michele Montella

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